Vivere un’adolescenza tranquilla con un nome come il mio non è facile. Se sei magra, bionda e indossi strani cappelli puoi anche pensare di limitare i danni. Ma questo non può avvenire se, oltre a chiamarti Anaïs, pesi novantotto chili. In quel caso sei semplicemente ridicola e nessuno te lo perdona.
È iniziato tutto da una sciocca abitudine che avevo da piccola, il vizio di inarcare la schiena fino a srotolarla tutta, come i gatti. In quarta elementare mia madre iniziò a pensare che poteva trattarsi di qualche malattia, così mi fece visitare da uno di quei dottori che per dieci minuti si prendono la tariffa piena. Era un signore imponente che io guardavo dal basso, incantata dal suo profumo che mi pungeva la gola. Mi fece spogliare. Durante la visita sentivo le sue dita calde sulla schiena e tenevo gli occhi chiusi. Quando mi fece rivestire si abbassò fino a guardarmi negli occhi e disse: "Non hai nulla che non va, la tua è una schiena da ballerina". Il mio stomaco era scomparso d’improvviso. Mia madre pagò il dottore senza espressione e mi portò via.
La ballerina. I sogni dei bambini sono stupidi e il mio non era diverso dagli altri. Era un sogno banale e inutile, di seconda mano, non l’avevo immaginato da sola: me l’aveva abbandonato nella testa un dottore alto di cui mi ero innamorata.
Prendere sogni in prestito è una cosa comune, l’avrei scoperto più tardi.
Tu sei arrivata quando nessuno se l’aspettava e tutti hanno pensato che fossi un bel regalo.
Io avevo undici anni e andavo a scuola di danza, amavo più di tutto osservare nello specchio i miei movimenti a tempo di musica, la posizione delle mani, delle gambe. Forse ero un po’ più lenta delle altre, ma non di tanto.
Quando sei nata ho iniziato a mangiare. Senza accorgermene, all’inizio. Mangiavo appena sveglia e nascondevo le merendine da portare a scuola. Finivo tutto quello che avevo nel piatto, a pranzo e a cena. Nel pomeriggio mi ingozzavo di patatine, quelle con la sorpresa nella plastica unta. Finivo barattoli interi di olive davanti alla televisione, una dopo l’altra, fino a che non rimaneva solo il liquido salato. Prendevo un pezzo di formaggio nuovo, lo mordevo come un gelato e piano piano lo mangiavo tutto. Svuotavo intere confezioni di biscotti, di cracker, di fette biscottate. Aprivo la confezione dei wurstel e non ne sentivo neppure il sapore, li ingoiavo a grossi morsi.
A tredici anni mi sono resa conto di pesare settantacinque chili e ho capito che non avrei fatto la ballerina. Intanto tu crescevi eterea e fragile. Una bambola di porcellana da proteggere con cura.
«Me l‘ha chiesto Virginie.» Questo pensiero mi gira nella testa come il cavallo di una giostra, mentre guido nella luce della sera. Quando mi sembra di averlo perso di vista, ecco che ritorna.
Dopo cena amo sedermi sul balcone che gira intorno alla casa. È stretto e lungo, c’è spazio a malapena per una sedia. Io mi sistemo sul bordo, appoggio i piedi alla ringhiera, accendo una sigaretta e seguo in silenzio il fumo che sale.
La notte scende piano dalla montagna per foderare la valle fino a domattina.








