domenica, 22 novembre 2009
author: abigaill
category: racconti
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Vivere un’adolescenza tranquilla con un nome come il mio non è facile. Se sei magra, bionda e indossi strani cappelli puoi anche pensare di limitare i danni. Ma questo non può avvenire se, oltre a chiamarti Anaïs, pesi novantotto chili. In quel caso sei semplicemente ridicola e nessuno te lo perdona.
È iniziato tutto da una sciocca abitudine che avevo da piccola, il vizio di inarcare la schiena fino a srotolarla tutta, come i gatti. In quarta elementare mia madre iniziò a pensare che poteva trattarsi di qualche malattia, così mi fece visitare da uno di quei dottori che per dieci minuti si prendono la tariffa piena. Era un signore imponente che io guardavo dal basso, incantata dal suo profumo che mi pungeva la gola. Mi fece spogliare. Durante la visita sentivo le sue dita calde sulla schiena e tenevo gli occhi chiusi. Quando mi fece rivestire si abbassò fino a guardarmi negli occhi e disse: "Non hai nulla che non va, la tua è una schiena da ballerina". Il mio stomaco era scomparso d’improvviso. Mia madre pagò il dottore senza espressione e mi portò via.
La ballerina. I sogni dei bambini sono stupidi e il mio non era diverso dagli altri. Era un sogno banale e inutile, di seconda mano, non l’avevo immaginato da sola: me l’aveva abbandonato nella testa un dottore alto di cui mi ero innamorata.
Prendere sogni in prestito è una cosa comune, l’avrei scoperto più tardi.
 
Tu sei arrivata quando nessuno se l’aspettava e tutti hanno pensato che fossi un bel regalo.
Io avevo undici anni e andavo a scuola di danza, amavo più di tutto osservare nello specchio i miei movimenti a tempo di musica, la posizione delle mani, delle gambe. Forse ero un po’ più lenta delle altre, ma non di tanto.
Quando sei nata ho iniziato a mangiare. Senza accorgermene, all’inizio. Mangiavo appena sveglia e nascondevo le merendine da portare a scuola. Finivo tutto quello che avevo nel piatto, a pranzo e a cena. Nel pomeriggio mi ingozzavo di patatine, quelle con la sorpresa nella plastica unta. Finivo barattoli interi di olive davanti alla televisione, una dopo l’altra, fino a che non rimaneva solo il liquido salato. Prendevo un pezzo di formaggio nuovo, lo mordevo come un gelato e piano piano lo mangiavo tutto. Svuotavo intere confezioni di biscotti, di cracker, di fette biscottate. Aprivo la confezione dei wurstel e non ne sentivo neppure il sapore, li ingoiavo a grossi morsi.
A tredici anni mi sono resa conto di pesare settantacinque chili e ho capito che non avrei fatto la ballerina. Intanto tu crescevi eterea e fragile. Una bambola di porcellana da proteggere con cura.
 
«Me l‘ha chiesto Virginie.» Questo pensiero mi gira nella testa come il cavallo di una giostra, mentre guido nella luce della sera. Quando mi sembra di averlo perso di vista, ecco che ritorna.
 
Dopo cena amo sedermi sul balcone che gira intorno alla casa. È stretto e lungo, c’è spazio a malapena per una sedia. Io mi sistemo sul bordo, appoggio i piedi alla ringhiera, accendo una sigaretta e seguo in silenzio il fumo che sale.
La notte scende piano dalla montagna per foderare la valle fino a domattina.
 
mercoledì, 18 novembre 2009
author: abigaill
category: racconti
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Anche io sono stata vorace. Ho spremuto dalla realtà tutta la felicità possibile. Quando mia madre faceva lo zabaione io lo lasciavo riposare e poi gli toglievo da sopra la crema più gialla, quella dove non si sentiva lo zucchero. A Virginie lasciavo il resto. Ho sempre preso tutto ciò che potevo, non lasciando nulla nel piatto, facendo scorta di vino pregiato. Lei nel frattempo coltivava il gusto per il dramma e perdeva pezzi per strada. In fondo se lo poteva permettere.
 
«Pronto.»
La voce mi risponde in italiano, spiazzandomi completamente.
«Pronto? Sono Anaïs Bionaz, chiamo dall‘Italia. Mi avete cercato. Con chi parlo?»
«Buongiorno Anaïs. Sono Felipe. Ti ricordi?»
Lo dice come cantando, con tutte le vocali sbagliate. Ci metto un attimo a focalizzare il suo viso. L’ho visto solo una volta, anni fa. Stringeva la mano di Virginie e non parlava italiano. Gli rimane ancora un forte accento portoghese, ma ha fatto grandi progressi.
«Felipe. Certo...certo che mi ricordo.»
È lei che gli ha dato il mio numero? Noi due siamo poco più che sconosciuti.
«Scusami per il disturbo. È una cosa importante.»
Ha una vena di ansia nella voce, mista a tristezza. Le vecchie paure trovano un binario preferenziale per raggiungermi, briciole di pane attraverso il bosco. Io tentenno.
«Si tratta...dei bambini?»
 Quattro anni fa, quando sono nati i gemelli, mia sorella mi ha mandato una mail con la loro fotografia. Da allora ne ricevo una ogni Natale, con gli auguri. Quest’anno avevano un vestito blu di velluto, con le orecchie argentate da renna sopra la testa.
Felipe rimane un attimo in silenzio, forse cerca le parole.
«No, ti chiamo per Virginie. Non sta bene.»
 
Quando eri piccola spesso venivi nel mio letto, di notte. Io mi svegliavo appena e sentivo il tuo calore, la pelle appoggiata addosso, il respiro nelle orecchie. Eri la metà di me, magra, leggera, con pochi anni. Avrei potuto mangiarti in un solo boccone. Potevi starci nella mia pancia tutta intera. E ora tuo marito mi dice che da mesi non dormi, che ti svegli la notte e stai per ore alzata. All’inizio lui pensava fosse una cosa che passa, come tutto il resto. Ma un giorno è tornato a casa preoccupato perchè non rispondevi al telefono e ti ha trovato ancora in pigiama, con lo sguardo fisso.
 
«Dov‘è, adesso?»
«In ospedale. Hanno detto che è un esaurimento nervoso. La stanno curando. Ora sta meglio, ma non può ancora tornare a casa.»
«Capisco.»
L’istinto è uno solo. Ha a che fare con il prendere un aereo e partire stasera stessa, per venire a dirti che va tutto bene, per prendermi cura di nipoti di cui non conosco neppure l’odore. Ma non è così facile. Spesso nelle pieghe della famiglia ci sono piaghe che non guariscono, perchè gli spazi sono stretti e manca il respiro, manca l’aria che disinfetta. Siamo sempre state una matassa ingarbugliata e difficile, ci siamo lasciate perdere. Abbiamo sentito scorrere sotto le dita il nostro identico tessuto, seta filata a cui manca il bandolo d‘inizio.
«Cosa posso fare, Felipe? Ti serve aiuto con i bambini?»
«No, c‘è mia madre, non ti preoccupare, non è per quello. Ti ho chiamato perchè me l’ha chiesto Virginie.»
martedì, 17 novembre 2009
author: abigaill
category: racconti
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Tra le mura di casa mia il cellulare non prende. È costruita a ridosso della roccia, sul fianco della montagna che oscura il campo. Intorno, una ghirlanda di cime e poco altro.
 
Trovo la chiamata mentre scendo a valle, guidando verso la scuola. Dopo la curva della Beaucoup, all’altezza del negozio di liquori, il telefono mi avvisa pigramente che qualcuno si è preso la briga di cercarmi. Metto una mano nella borsa e la seguo con un avanzo di sguardo, l'attenzione disseminata in più direzioni.
Il numero è straniero. Il pensiero di Virginie si presenta in prima fila, terribilmente ovvio e contemporaneamente nascosto sotto un milione di sacchi di sabbia. Sollevarlo non è mai semplice, ma farlo di prima mattina, senza nessun preavviso, è impossibile. Guardo l'ora della chiamata: 23.10. 
 
Il cortile dell'istituto è affollato di studenti. Si respira un’aria sbadata, mancano pochi giorni alla fine delle lezioni.
«Buongiorno professoressa.»
«Buongiorno a lei, Bernard.»
Il bibliotecario è un uomo anziano, alto e asciutto, con mani nodose che muove lentamente. Ha in sé la grazia di un’età vaporizzata. Quando si avvicina avverto il suo odore di sigaro e liquirizia. 
«Ancora pochi giorni, eh?»
Appoggio la borsa e la giacca di lino su una sedia.
«Pochi giorni. Ma loro si sentono già tutti in vacanza.»
Bernard si stringe un po' nelle spalle.
«Che ci vuole fare, è un'età vorace e hanno tutti addosso il terrore di perderla.»
Vorace, già. Sorrido mentre prendo dalla borsa i temi da correggere. 
« Una generazione compulsiva. Hanno troppa ansia, troppa fame di cose inutili.» 
La porta si apre ed entra uno studente di quinta. Si ferma davanti al banco dell'ingresso guardandosi attorno più volte. Ci inquadra al volo ma passa velocemente oltre. Prende qualcosa in mano, lo appoggia sul banco, lo riprende in mano, torna a guardarci.
«E troppa fretta» conclude Bernard, sfiorandomi appena la mano e avviandosi verso di lui.
mercoledì, 04 novembre 2009
author: abigaill
category: poesia
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Mi sono innamorata
delle mie stesse ali d'angelo,
delle mie nari che succhiano la notte,
mi sono innamorata di me
e dei miei tormenti.
Un erpice che scava dentro le cose,
o forse fatta donzella
ho perso le mie sembianze.
Come sei nudo, amore,
nudo e senza difesa:
io sono la vera cetra
che ti colpisce nel petto
e ti dà larga resa.

A. Merini

aldamerini